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Il
romanzo poliziesco, ha scritto Frederich Glauser, è “un modo
intelligente per raccontare cose serie”.
Anche se poco conosciuta, o forse ri-conosciuta sul piano della critica,
la narrativa poliziesca ha, in Italia, una lunga tradizione, che risale
agli albori del Novecento. Le caratteristiche principali del poliziesco
all’italiana sono state acutamente individuate da Raffaele Crovi: “il
gusto dell’ironia, il progetto intellettuale della contestazione del
genere, l’attenzione alle situazioni di emarginazione sociale”.
Siamo, in definitiva, a metà strada fra le atmosfere rarefatte del
giallo classico e l’hard-boiled.

Con l’andar del tempo, attraverso un processo lento, ma inesorabile e
progressivo, il poliziesco italiano si è poi distaccato dal modello
classico, trovando una sua strada autonoma che passa dichiaratamente per
il rapporto con l’ambiente, orientandosi verso la pittura sociale,
l’analisi del costume contemporaneo, il confronto con le grandi
mutazioni sociali.
Per la verità, la stessa definizione di “poliziesco” sta stretta
al “poliziesco” all’italiana, accompagnato, fra l’altro, da un
sempre crescente successo di pubblico. In realtà, del genere
tradizionale sopravvive, ma solo come uno schema di base, la triade
delitto/investigazione/risoluzione. Ma il focus è chiaramente spostato
altrove: sull’Italia, sulle mutazioni del territorio e degli individui.
L’epigrafe di Glauser ha trovato negli italiani i migliori adepti: il
poliziesco italiano, in definitiva, è davvero “un modo intelligente
per parlare di cose serie”, una narrativa che affronta cose serie
con i modi e gli stili di un genere nobile e antico, ma che viene
costantemente rivisitato, sino all’estremo del suo tradimento completo.
“Poliziesco” diventa così una convenzione linguistica, poco più
che un’etichetta utile allo scambio- e alla comprensione- fra l’autore e
il suo pubblico.
E’ il caso di questo bel romanzo di Gino Saladini. Con l’avvertenza che,
grazie a “Sincro”, il poliziesco italiano fa un ulteriore passo
in avanti, avventurandosi in un territorio poco battuto, per non dire
vergine: quello dell’horror a sfondo mistico. I cui elementi fondanti
concorrono, insieme a quelli del poliziesco “tradizionale” nella sua
versione mediterranea, a dar vita a un racconto ricco, teso,
emozionante.
Dal poliziesco Saladini mutua: l’ambientazione in un luogo dal nome
immaginario, ma tipico e rappresentativo di una certa provincia
dell’Italia centrale, sonnolenta ma anche ricca di segreti
inconfessabili, e di essi gelosa custode; un investigatore/solutore del
caso, lo psichiatra Airoldi, in cui coesistono una vena razionale e
autobiografica (l’autore è a sua volta medico e psichiatra), e una sorta
di “ricerca del Graal” che farà coincidere il disvelamento della
verità “poliziesca” con il raggiungimento della maturazione
esistenziale; una catena di atroci delitti apparentemente attribuibili a
un efferato serial-killer. Ma le assonanze finiscono qui, perché il vero
core, tanto della trama che dei caratteri, sta altrove: e cioè nella
guerra segreta che si combatte, a livello simbolico e rituale, fra
Angeli e Dèmoni. Una guerra senza esclusione di colpi che ha per posta
l’anima immortale dell’Uomo, che potrà essere combattuta e vinta solo
dal Prescelto (l’Eroe), e che vede le Entità, positive o malvagie che
siano, incarnarsi in personaggi di contorno come il vecchio e tormentato
Antonio Cuga e l’indimenticabile Padre Malak.
Appaiono chiari, già da quanto sin qui osservato, i contorni audaci, per
non dire spericolati, dell’impresa nella quale Saladini si è cimentato:
legare generi fra loro da noi ritenuti incompatibili, o comunque vissuti
in maniera scissa, e nello stesso tempo puntare, proprio attraverso le
modalità della scrittura di genere, a inscenare un conflitto
psicanalitico dai risvolti mitici. Ce n’è da far tremare gente come
Stephen King (qui omaggiato da un personaggio che di nome fa Stefano Re)
o il vecchio Jung, la cui ombra domina l’intera vicenda romanzesca, sia
sul piano dell’investigazione che su quello della guerra fra le
gerarchie celesti.
Esperimento, diciamolo subito, tanto audace quanto pienamente riuscito:
per la qualità della scrittura e della trama, indubbiamente, ma anche
perché, con una notevole dose di sfrontata intelligenza, Saladini ha
saputo solleticare il coté mistico che alberga nel profondo del nostro
cattolicissimo Paese. Può darsi che noi italiani, ormai completamente
secolarizzati e oltretutto imbarbariti da un ventennio di dittatura
televisiva, stiamo perdendo la capacità di riconoscerci nei segni e nei
simboli della nostra più antica tradizione. Può darsi. Ma sta di fatto
che, ogni qual volta questi segni e questi simboli ci vengono proposti
(ma meglio sarebbe dire: ri-proposti) in una forma originale e
accattivante, scatta immediata una risonanza troppo antica e profonda
per poter essere definitivamente sradicata. Specialmente in tempi in cui
tutte le più avanzate conquiste della scienza non riescono, non ancora,
a dare risposta agli interrogativi più inquietanti che ci agitano: primo
fra tutti, il senso del Male e della sua incombente presenza nel mondo.
Ecco, dunque, che un poliziesco a sfondo mistico, dove accadono dei veri
e propri miracoli, e tutti gli indizi sono presentati in un’ambigua
oscillazione fra razionalità e simbolismo dell’inconscio, diventa, una
volta di più, “un modo intelligente per raccontare cose serie”.
Cose serie, anzi, serissime, ma che lungi dal tediare inchiodano il
lettore sino all’ultima pagina, e lo restituiscono, infine, alla sua
vita di tutti i giorni con una sottile sensazione di serena
inquietudine.
Giancarlo de Cataldo |
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